domenica, 03 giugno 2007

1° giugno. Come da contratto impacchetto i miei averi e mi lascio alla spalle palme subtropici vita di relegazione universitaria eccetera. L’arcobaleno di sari delle mie colleghe saluta mentre la macchina esce dal cancello.  

 Cosa mi mancherà?  Mi mancherà il clima tropicale. Mi mancheranno le palme e gli alberi frondosi a ombrello che producono ombra balsamo per il pedone, alberi che sembrano tamarindi, che hanno le foglie come i tamarindi, che hanno i fiori gialli come i tamarindi, che hanno i frutti in bacelli bruni come i tamarindi ma non sono tamarindi. Mi mancheranno i sorrisi dei miei studenti che al mattino riescono sempre a liberarmi delle ombre del risveglio e a farmi ridere. Mi mancherà la natura così invadente. Mi mancherà il sapore del cocco, onnipresente. Mi mancherà il tempo scandito dal canto del muezzin e dalla sirena della fabbrica di letame chimico. Mi mancheranno i tonfi dei gechi, sul pavimento, che mi fanno sussultare. Mi mancheranno gli scrocchi degli scarafaggi sui muri che mi costringono a accendere la luce, alzarmi dal letto e iniziare la caccia. Mi mancherà alzarmi la mattina rintronata perché durante la notte è saltata la luce e quando è ritornata il condizionatore si è desettato ed è partito a palla, lasciandomi quella sensazione tipica del dormire in un sacco a pelo su una spiaggia ventosa. Mi mancheranno le mie serate solitarie, con l’incenso al sandalo che prima si insinua e poi indugia curioso per la stanza,  con il chai alla vaniglia e al cardamomo sorseggiato davanti al computer, con il crepitare della esasperantemente lenta connessione internet. Mi mancherà l’odore clorato dell’amuchina con cui lavo puntigliosamente frutta e verdura. Mi mancheranno i miei vestiti plissettati e non appiattiti dal ferro da stiro. (Mi mancherà anche lavarli a mano). Mi mancherà l’assenza di corrente, con tutto il ventaglio di soluzioni alternative che portava con sé. Mi mancherà persino il sapore dolciastro del pane in cassetta Modern e il processed cheese Amul. Mi mancherà il cielo ingrigito dal tulle del monsone. Mi mancherà la mia doccia con le brocche. E poi mi mancherà la terra polverosa, appiccicata sopra e sotto i piedi, che esce rosso scuro quando li lavo.  

 

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sabato, 05 maggio 2007

BIDAR. 1° maggio. Malamma Balreddy, una contadina trentenne incinta si toglie la vita insieme al suo figlio settenne. Le fabbriche avevano rifiutato di comprare il suo raccolto di canna da zucchero. Salgono così a 25 le vittime della crisi agricola che ha investito il distretto, a partire dal mese di gennaio. I suicidi erano  tutti coltivatori di canna da zucchero. Bidar è per estensione il terzo distretto dello stato del Kerala adibito alla coltivazione della canna da zucchero. 25 mila tonnellate di canne su una superficie di 76 mila acri. Quest’anno la natura è stata clemente. I coltivatori hanno avuto un prodigioso raccolto. Solitamente è la natura capricciosa a mandare in rovina gli sforzi degli agricoltori. Siccità, piogge troppo abbondanti che fanno marcire i raccolti, invasioni di insetti. E il lavoro di mesi vanificato. Quest’anno le fabbriche non sono state in grado di assorbire l’eccedenza.  Nessun compratore per le fulgide canne ad aspettare nei campi. Il numero dei suicidi è andato aumentando man mano che l’estate si avvicinava e le operazioni di spremitura delle canne da parte delle fabbriche giungevano al termine. La canna da zucchero deve essere raccolta ogni 10/12 mesi altrimenti perde la sua caratteristica umidità, non può più essere spremuta e diventa quindi inutilizzabile. Se un piccolo coltivatore non riesce a vendere il proprio raccolto e a recuperare il denaro che ha investito nella coltivazione non può comprare le sementi per la stagione successiva. E l’unica soluzione che gli si profila, oltre a quella di rivolgersi agli strozzini-arma a doppio taglio- è togliersi la vita. Il triste fenomeno del suicidio dei contadini è una realtà diffusa in tutta l’India. Pesticidi o veleno per topi sono i mezzi più utilizzati.

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mercoledì, 02 maggio 2007

Beh, qui no. Qui il postino bussa un quarto d’ora. Fino a quando le nocche non gli sanguinano. Con Ossessione. In climax. E invoca. HELLO! HELLO! L’idea che colui che abita la casa sia impegnato a fare qualcosa da cui non può distogliersi, non lo sfiora minimamente. E che cosa solitamente impedisce a qualcuno di rispondere al telefono o al citofono? Esatto! La doccia. Anche se qui trattasi non di una doccia come quella cui siamo abituati bensì di una antesignana. L’ingegnere genio infatti giudicò pleonastico collegare il boiler al doccino. Così l’acqua calda  sgorga, dopo essersi fatta strada in un tubo a vista, da un rubinetto  e di qui passa in un grande secchio e di qui in una brocca e di qui dove si necessita detergersi. Questa doccia ante litteram non potendo vantare un getto d’acqua regolare con conseguente effetto sonoro costante permette di sentire suoni e rumori con abbastanza chiarezza. Beh, dopo 15 minuti di picchiare sulla mia gracile porta il postino pedone- niente biciclette né scooter per la categoria- cede e se ne va. A questo punto vi chiederete perché non sono andata ad aprire in accappatoio. Perché 1 l’accappatoio tabarro non ce l’ho; 2 non si fa. Troppo pruriginoso;  3 e  come la mettevo con l’impacco di crema balsamo sui capelli? Comunque sia la lettera mi è stata recapitata in dipartimento. Una lettera importante. Che mi è insolitamente arrivata sigillata. Il prodigioso senso della privacy indiana fa solitamente sì che i miei estratti conto mi arrivino già sprovvisti di busta... Ho avuto l’aumento!!

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martedì, 24 aprile 2007

a titolo puramente informativo incollo qui una notizia di un paio di giorni fa.

» 2007-04-21 12:29

INDIA: DIRETTRICE INTOCCABILE, STUDENTI PURIFICATI CON URINA

NEW DELHI - Una scuola e i suoi studenti sono stati "purificati" con urina di mucca alla partenza della direttrice che era una 'intoccabile'. L'increscioso episodio razziale è avvenuto a Bhandara, nello stato centrale indiano del Maharashtra. Nonostante la costituzione indiana, approvata oltre 50 anni fa, vieti la divisione e quindi la discriminazione tra le caste, in India i pregiudizi nei confronti delle caste basse o dei fuori casta, i dalit, sono sempre più diffusi. Come dimostra il caso della scuola di Bhandara. La scuola, elementare e media, era stata guidata da una direttrice dalit, 'intoccabile', e alla sua partenza gli insegnanti hanno deciso di purificare tutto ciò che avrebbe potuto essere stato "contaminato".

Utilizzando il rituale induista di purificazione, gli insegnanti hanno asperso pareti, suppellettili, pavimento, soffitto, aule, giardino e soprattutto scolari, con l'urina della mucca sacra, "goumutra" in hindi, ritenuto il più sacro dei liquidi. Secondo quanto hanno raccontato alla polizia gli studenti, diversi professori hanno radunato i ragazzi nelle aule e hanno asperso su di loro l'urina di mucca, spiegando che dopo avrebbero studiato meglio. La purificazione è stata organizzata su richiesta della nuova direttrice, appartenente alla prima casta dei brahmini, e ha trovato accoglienza nel corpo docente. Molti genitori si sono lamentati con la polizia della cosa ed hanno organizzato proteste all'esterno della scuola, ma il corpo insegnante e la nuova preside rifiutano ogni responsabilità. I genitori degli alunni hanno anche gridato slogan nei confronti della polizia che, secondo loro, non ha considerato con la giusta gravità l'episodio, solo perché si tratta di questioni legate agli intoccabili. 

 

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lunedì, 23 aprile 2007

L’aula serale, che differisce dall’aula mattutina in quanto ubicata non al secondo ma al primo piano del dipartimento di cultura, è un’anonima classe, spoglia, munita di lavagna portatile, banchi e sedie risalenti agli anni ’70, e decorata soltanto da un fiorato calendario orecchiato che si accartoccia e fruscia al vento artificiale dei 6 ventilatori appesi al soffitto.

L’aula serale è un ricettacolo pullulante di insetti, al punto da fare gola  al più esigente degli entomologi. La fenomenologia entomologica infatti, non si ripete inalterata ogni sera, ma è bensì caratterizzata da variazioni che vanno di pari passo con le condizioni climatiche e meteorologiche. Vediamo così susseguirsi e alternarsi le più svariate specie di insetti. E’ d’uopo riportare un’unica e quindi possiamo dire occasionale visita di un appartenente all’ordine dei chirotteri (il pipistrello comune). Non è raro scorgere falene, di ogni dimensione e colorazione, e odonati, libellule. Solitamente la presenza delle culicidae, (comunemente note come zanzare) esclude quella di altri insetti. In caso di una loro assenza, assistiamo allora a plurime epifanie di formiche volanti e di esemplari delle 3.500 specie (e 6 famiglie) delle blattodee alate, le comuni blatte o scarafaggi, a cui i tropici hanno messo le ali. A questo proposito riporto brevemente un episodio episodico.

Aneddoto 1                          

Mentre la sottoscritta era impegnata a dare suggerimenti a uno studente il quale con tutta la sua concentrazione non riusciva a sovvenirsi del presente indicativo del verbo servile volere, quella che doveva sicuramente essere una blattella germanica, catapultatasi energicamente e sprizzantemente da un luogo non meglio precisato, ma che si può localizzare nella verzura iridescente al sole e dunque affatto iridescente all’ombra della sera, planò maldestramente, così come può essere maldestro  l’atterraggio di emergenza di un velivolo in una pista d’atterraggio, oppure forse andò a collidere potrebbe essere la versione più aderente al vero del sorprendente fatto che avvenne, ma indipendentemente dalle intenzioni dell’insetto cui non siamo riusciti a risalire poiché subito dopo il misfatto si diede pusillanimemente alla macchia, la blatella, superando, grazie ai suoi potenti e impareggiabili radar dati in dotazione da madre natura,  la vitrea barriera degli occhiali da vista della sottoscritta la quale era intenta ecc, -e non preoccupatevi che ora dopo tutte queste subordinate arriva la proposizione principale-,  planò direttamente e senza passare dal via sulla palpebra della sottoscritta ecc., arpionandosi con inaspettate quanto insospettabili e inspiegabili zampe uncinate ad essa. Ora,  la sottoscritta non si diede nemmeno pena di urlare, tanto era impegnata a tentare di sganciare le zampe amo dalla palpebra- bocca di pesce. Al terzo tentativo, riuscì a strappare quello che è erroneamente ritenuto un insetto innocuo dalla sottile membrana che ricopre il bulbo oculare. La blatella color verdechiaro metallizzato- di quel colore che i concessionari di automobili cercano di tirarti dietro in ogni modo e a qualsiasi stracciatissimo prezzo- seguendo un itinerario parabolico  atterrò con uno scrocchio per terra, sotto la lavagna, ai piedi dello studente che non riusciva a ricordarsi il presente indicativo del verbo volere. Si ravviò le antenne spettinate- la blatella- e ripartì, in un coro di  studenteschi e perplessi “oh”, e in un leggero lacrimare dell’occhio con la cui palpebra –sempre la blatella- si era azzuffata.

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domenica, 15 aprile 2007

                                                                                       How many years can some people exist

                                                                                                                    before they’re allowed to be free?

                                                                                                                    Bob Dylan

                                                                                                      

                                                                                                      

Secondo il mito gli esseri umani scaturirono ciascuno da una parte del corpo della divinità Purusha, l’essere primigenio. Così è scritto nel testo sacro indiano, il Rigveda. Dalla parte del corpo dalla quale vennero creati deriva la loro posizione sociale e quindi la loro professione. I bramini scaturirono dal cervello della divinità, gli kshatrya dalle sue braccia, i Vaishya dal loro ventre, i sudra dai loro piedi.            

L’origine del sistema delle caste[1] si perde nella notte dei tempi, nelle pieghe della storia dei dominatori e dei vinti. Venne importato in India dagli invasori ariani, popolo nomade, di origine indo- europea, che iniziò la sua avanzata in questa terra nel 1500 A.C.? Oppure si tratta di un fenomeno prettamente autoctono, ancora un retaggio delle civiltà indo- gangetiche che abitarono la valle di questi fiumi all’alba della civiltà? Non c’è accordo tra gli studiosi, ma la prima ipotesi fu a lungo la più diffusa, in quanto sostenitrice di una superiorità di razza. La carnagione chiara era associata ad un alto grado di nobiltà. Era opinione diffusa infatti che gli arya fossero un popolo alto, slanciato, dalla pelle chiara e dai lineamenti regolari, mentre la popolazione indigena fosse bassa e scura di pelle. Sembra che questo popolo ariano fosse diviso in tre classi, i Brahmana, sacerdoti ed insegnanti, gli Kshatrya, re, guerrieri ed amministratori e i Vaishya, agricoltori, mercanti, uomini d'affari. Gli arya avrebbero quindi introdotto la loro organizzazione sociale tripartita, relegando la popolazione vinta a una quarta fascia, quella dei Shudra, servitori ed operai. Sembra però che una rigida suddivisione in caste, sia stata preceduta da un assetto basato su corporazioni, i cui membri svolgevano quindi lo stesso mestiere ed erano legati da relazioni endogamiche. La necessità di tutelarsi e di difendersi rese poi questi gruppi sociali sempre più rigidi e sempre più richiusi su se stessi. Con il passare dei secoli, a queste quattro caste si aggiunse quella degli intoccabili,o paria,  senza casta, Harijat, dalit[2]. Collocati al più basso gradino della scala sociale, erano impegnati in quelle mansioni considerate sporche e degradanti, come maneggiare rifiuti fisiologici umani o resti animali. Queste attività venivano considerate contaminanti e contagiose. Da qui nasce l’intoccabilità, per preservare la propria purezza dal contatto con l’impurità di cui questa gente era portatrice. Gli intoccabili erano quindi banditi dalla vita sociale degli hindu. E attente precauzioni venivano prese per evitare il contatto tra questi e le caste superiori. Il sistema delle caste, caratteristica intrinseca della società di religione induista, ma analoghe divisioni si possono trovare anche nelle minoranze cristiane e musulmane dell’India, restò immune all’infinita successione di invasioni, dominazioni, colonizzazioni che attraversarono e sconvolsero l’India nei secoli a venire. E sopravvive ancora oggi, sostanzialmente immutato. Millenni di immobilità sociale costituiscono un edificio dalle fondamenta troppo stabili per pensare di farlo crollare dall’oggi al domani. Ciò che ha garantito il perdurare del sistema castale è la sua rigidità: la pratica endogamica, rigorosamente tra individui del medesimo credo religioso oltre che della stessa casta e sottocasta,  ha garantito il perpetuarsi delle caste. La nascita in una determinata casta determina quindi già il proprio destino, una precisa posizione sociale e un preciso ruolo professionale orgoglio come i loro progenitori avessero delle responsabilità e dei doveri proporzionali alla loro casta. Questo ha portato a una società altamente stratificata, con un bassissimo grado di mobilità sociale. Se la rapida urbanizzazione ha portato ad affievolire il sistema delle caste e le sue derivanti pratiche- per altro  dichiarate illegali e sanzionabili, ancora nel mondo rurale persistono. E sono frequenti gli episodi di discriminazioni e di violenza sui dalit da parte delle caste superiori, che talvolta forzano i dalit a tornare alle loro tradizionali degradanti occupazioni. Per  l’intoccabile la nascita è una condanna. alla sua sporca professione, al suo stato subumano. Non può opporsi.  Lavare le latrine, i panni sporchi, lavorare il cuoio, lavorare come braccianti agricoli, scavatori, artisti di strada, muratori, portatori di acqua, tagliatori d’erba, queste sono le mansioni tradizionalmente riservate agli intoccabili. Ai dalit non era concesso di proiettare la propria ombra su un non dalit, specialmente se bramino, per evitare ogni tipo di contaminazione, i dalit dovevano spazzare la terra dove hanno camminato per evitare di contaminare altri passanti con le loro sozze impronte. Ai dalit erano riservate addirittura strade speciali. Ai dalit non era consentito l’accesso alle scuole e dunque ad un’istruzione. Era a loro vietato di attingere agli stessi pozzi a cui attingono gli altri e di pregare negli stessi templi. I dalit erano quindi segregati in zone isolate dal resto dell’abitato. Gandhi ha fatto dello sradicamento dell’intoccabilità una missione dell’Indian National Congress.  L’articolo 17 della Costituzione indiana abolisce l’intoccabilità. Il concetto di intoccabilità è stato dunque abolito nel 1950. Formalmente non esiste più. La legge condanna ogni tipo di discriminazione nei confronti dei senza casta. Ma la discriminazione persiste indisturbata, specie nelle aree rurali e gli intoccabili non vivono una situazione diversa da quella che hanno vissuto gli afroamericani negli Stati Uniti della segregazione razziale o la popolazione di colore nel Sudafrica dell’apartheid. Se in America e in Sudafrica si può parlare di una discriminazione a sfondo razziale, in India la discriminazione è il frutto dell’intrecciarsi del concetto di razza con quello di classe. E proprio sul concetto di classe o casta si regge la grande democrazia indiana con la sua struttura sociale solidamente stratificata. Nell’India sulla via dello sviluppo e del rispetto dei diritti umani, nell’India della modernità galoppante, in questa nuova india che affronta la modernità il tessuto sociale è ancora un tessuto rigidamente immobile. La costituzione indiana ha adottato provvedimenti specifici come l’incremento di posti di lavoro, l’aumento dei seggi in parlamento e delle ammissioni all’università. Per conferire ai dalit una mobilità sociale, ma di queste concessioni sono beneficiari soltanto quelli di religione induista[3]. Nel ‘91 i dalit erano 130 milioni, il 16% della popolazione indiana.



[1] La parola “casta” , introdotta dagli inglesi, deriva dal latino castus, puro, casto, ed è utilizzata per differenziare i vari livelli di purezza o di contaminazione di una classe sociale.  In India il termine originariamente utilizzato era varna, colore. Oggi si utilizza il termine jati.

[2] Harijat significa “i figli di Dio”. Hari è uno dei tanti nomi per indicare il dio Vishnu, e il termine venne coniato da Mahatma Gandhi, ma è scarsamente utilizzato, perché considerato troppo paternalistico. La definizione più diffusa oggi e quella più politically correct è dalit.

[3] In passato una consistente minoranza di intoccabili si è convertita ad altre religioni, in primis al cristianesimo, sperando di fuggire così al pesante fardello di discriminazioni intrinseche alla propria posizione sociale.

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sabato, 14 aprile 2007

Una notte tropicale. Un temporale rabbioso in una notte tropicale. La luce andò via, mentre la nostra protagonista era intenta a consumare il suo frugale pasto di piselli surgelati. Mezzi bruciacchiati, perché dimenticati sul fornello. E ora cominciamo a inquadrare la nostra protagonista e cominciamo a capire che non sarà possibile annoverarla tra le eroine. Forse tra le antieroine. Dicevamo, la nostra p. cenava, in solitaria. Decise di aprire la tenda per poter sentire meglio il rumore della pioggia battente. All’improvviso calarono le tenebre nascondendo alla vista i pallini verde- nero. la pioggia da battente si fece scrosciante. Si udiva con chiarezza un rumore come di qualcosa che sbatteva. Sicuramente le finestre della casa accanto, lasciate aperte. Il vento faceva pericolosamente turbinare le palme del giardino. Illuminate a giorno dai lampi, come flash di fotografi eccitati la notte degli oscar. Polvere di pioggia cominciò a entrare dalla zanzariera tesa . P. decise allora di tirare la tenda, che si gonfiò, come una vela ripiena di vento. Tuoni carichi di ira funesta tormentavano il cielo sopra la mangiatrice di leguminose. Vicini. Vicinissimi. Troppo vicini. La nostra p. a quel punto si decise. Recuperò la sua affezionata candela alla cannella, che stava tattica sopra alla televisione, e si recò in cucina dove a tentoni cercò l’accendino. Una flebile luce rosa diede un po’ di colore all’oscurità, ma venne subito neutralizzata dalla luce esterna che illuminò l’ambiente a giorno. A quel punto si ricordò della sua fetta di pane nella grigliatrice inerte. La recuperò bruciandosi medio (falangina), indice (falangina e falangetta), mignolo (falangetta) e con pane in una mano (quella scottata) e candela nell’altra, riguadagnò il suo posto al tavolo. Era come trovarsi su una nave con vento a forza 9, e il mondo che danzava tutto attorno. Anche le ombre danzavano, al ritmo delle oscillazioni della fiamma. La bottiglia, il bicchiere, disegnavano labili fluttuanti segni grigi sulla parete. Scoppiavano i tuoni. Con fragore. Esplodevano i tuoni. Brillavano. Davano un’insolita veste al paesaggio notturno. Era come se qualche aereo stesse bombardando il vicinato. Era rumore e colore. Colore e rumore. Su un sottofondo di uniforme liquido monotono frustare. Era insolitamente fresca, la casa. Con una piacevole corrente, innaturalmente naturale. Finì la sua pietanza bicolore e  recuperò la sua traballante fonte di illuminazione. Il computer era acceso sul letto, suggeva energia dalla batteria, ma la connessione internet wireless era saltata. P. si sedette a gambe incrociate di fronte al suo portatile, aprì un nuovo file e cominciò a scrivere: “Era una notte buia e tempestosa.”  

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venerdì, 06 aprile 2007

Qualche anno fa ero in Rajastan, la magica terra del nord ovest. Terra di confine, di guerra e di fortezze ingioiellate e trincerate sui colli. Nei pressi della città di Bikaner ci fermiamo a visitare un tempio imperdibile, il tempio dei topi. Qui i piccoli roditori sono venerati come divinità e coccolati dai sacerdoti e dai fedeli che offrono loro, come è consuetudine tra gli induisti, dolciumi di ogni genere. Varcando il portone cesellato del tempio temevo per le mie potenziali irrazionali reazioni, e invece l’esperienza si è rivelata curiosa e alquanto comica. Gli innocui topolini non si muovevano infatti dalle loro postazioni accanto ai favolosi e zuccherosi vassoi, quasi drogati dagli alti tassi di glucosio che scorreva nelle loro vene.

Il tutto per rendervi noto che al momento mi sento come uno di quei topi nel tempio. Drogata dai dolci indiani. Affondata dentro nella mia poltrona, non ho la forza di muovermi.

Digressione: i dolci indiani. I dolci indiani non sono particolarmente elaborati, e raramente sono a base di farina, non essendo il forno un elettrodomestico diffuso. Spesso sono a base di zucchero, burro e latte. A volte semplicemente impastati a freddo, altre volte invece cotti a fuoco lento, vengono poi messi in formine a mattonella, a rombo, oppure appallottolati in polpette della dimensione di una palla da ping pong. Ci si può anche imbattere in dolci liquidi, impasti di zucchero o miele con crema di legumi, di cocco ecc.. Ma indipendentemente dagli ingredienti che posso variare a seconda della regione, il denominatore comune è l’eccessiva dolcezza, che rende i dessert particolarmente nauseanti prima e indigesti poi. (Sarà per questo che l’India è stata dichiarata la capitale mondiale del diabete?) Se poi all’impasto ipercalorico aggiungiamo anche una dovizia di spezie, semisconosciute agli enzimi del nostro stomaco italiano, beh..  fine della digressione.

Oggi è Maundy thursday, il giovedì che precede il venerdì santo. E dopo la messa, in cui il parroco ha lavato e baciato i piedi a 12 fedeli, ha avuto luogo la tradizionale distribuzione del pane benedetto. Annie mi ha poi invitato a casa sua per la rievocazione del pasto rituale. Suo marito ha recitato una passo dalla bibbia in lingua locale, e poi questo dolce speciale, preparato unicamente in questa occasione,- una brodaglia di polpa di cocco, zucchero di palma, cardamomo e polvere di cumino- è stato versato nelle tazze. Il pane, il corpo di Cristo, è stato spezzato dal capo famiglia, e poi intinto nella pozione, il sangue di Cristo. E così anche noi abbiamo consumato simbolicamente l’ultima cena. Annie ha poi versato altre abbondanti mestolate di dolce nelle tazze. A fine pasto, i miei commensali hanno ruttato sonoramente in segno di apprezzamento. Io barcollavo, con un tasso glicemico quasi da coma etilico. E cardamomo e cumino a piede libero nel mio apparato digerente.

E ora sto qui, beata..
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giovedì, 29 marzo 2007

PALAKKAD. Un elefante chiamato Thechikottukavu Devidasan, colto da raptus omicida, con una zannata ha ucciso il suo addestratore, Kumaran, di 29 anni. La situazione ha cominciato a degenerare quando Devidasan ha attaccato briga con Bastin Vinayshankar e Shaj Prasad, altri due pachidermi. Anch’essi  si trovavano nei pressi del tempio di Durga Bhagavathy, dove si stava tenendo un festival religioso che li vedeva come protagonisti.  Nella sua follia, durata dalle 5 del mattino fino alle 3 del pomeriggio,  l’elefante ha poi distrutto un autorisciò, senza danni per gli occupanti che sono  fortunosamente riusciti a mettersi in salvo. La folla è finalmente riuscita a placare l’animale accendendo fuochi.

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mercoledì, 28 marzo 2007

Stanchi della vita di città? Stanchi delle luci al neon? Dei vostri uffici artificialmente riscaldati o raffreddati? Stanchi del rumore del traffico? Delle automobili e dello smog? Allora il farm tourism è decisamente quello che fa per voi. Potrete sperimentare personalmente la bellezza della vita nei campi e riappropriarvi di quell’originario contatto con la madre terra, vivendo secondo i ritmi della natura. Raccogliendo il riso con i piedi a mollo nel fango delle risaie. Arando i campi, sull’aratro trainato dai buoi. Tagliando le sementi col machete. Dormendo nelle case degli abitanti del luogo. Gustando il cibo locale. Respirando aria buona. Circondati dal verde. Dal placido paesaggio del Kerala.

Numerosi studenti da università statunitensi e francesi hanno già fatto questa magica esperienza, dichiarandosi entusiasti. E il Governo dello stato ha deciso di investire in questa direzione, dal momento che il farm tourism  è turismo responsabile, poco invasivo e soprattutto ecologico.

Rivolgetevi alla vostra agenzia di viaggi.

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